Dream Theater

CD

Black Clouds & Silver Linings

2009

Dati

Rilasciato Giugno 2009
Formato CD
Tipo New Millennium / Present
Area Area Metal
Durata 1:15:25
Numero di dischi 1
Recensore Manuel
Genere Progressive Metal

Recensione

Ci ho pensato tanto, tantissimo. Dalla sua uscita a ora sono passati diversi mesi. Ci ho pensato perché sono i Dream Theater, una delle bands che ho amato di più da decine di anni e, nonostante vari e significativi ripensamenti, tutt'ora una delle mie preferite. Per questo stavolta farò il track-by-track, primo perché, ve lo dico subito, è un album controverso; secondo perché le tracce sono poche, sebbene, come al solito, abbiano molto da dire. Prima di tutto, però, le considerazioni generali: con la loro nuova uscita, i DT hanno congelato il loro stile. Non suonano più progressive-metal, ma innanzitutto metal e solo poi progressive. Che cosa sia il progressive, alcuni lo sanno e altri no: la maggior parte non lo sa. Progressive è, nel pieno significato del termine, progredire sempre di più sino a stravolgere le basi di partenza, realizzare la totalizzazione nell'attimo e trascendere le categorie artistiche. Questo è ciò che i DT hanno fatto sino a "Six Degress Of Inner Turbulence". Quello che hanno fatto dopo, col pur bellissimo "Train Of Thought", è stato definire delle coordinate, guarda caso quelle che il pubblico richiedeva a gran voce, e non cambiarle più. Suonare metal quindi, il più possibile metal; il passaggio alla Roadrunner ha acuito questa auto-limitazione e accelerato il declino creativo. Questo disco banalizza ancora di più la proposta musicale e non ci fa intravedere nuovi cambi di rotta. Contrariamente a quanti molti pensano, la band ha SEMPRE cambiato generi e stili nel corso degli anni, rendendo al tempo stesso comunque riconoscibile il propro marchio di fabbrica. Adesso, come ho già detto, è tutto congelato, ibernato, stilizzato. La rincorsa quasi romantica e "wagneriana" all'opera perfetta e totale è sparita in funzione della fruibilità della stessa.

A Nighmare To Remember = Inevitabile ripetizione, piena attuazione del trademark dreamtheateriano. Cambi di tempo, tecnica, lunghezza, parti strumentali, dialoghi chitarra-tastiera, ecc. ecc. Un brano più che buono, convincente, decisamente funzionante e ispirato. Nota di demerito, suona spesso di "già sentito". Nota di merito (e che merito) la parte centrale del brano, dove un arpeggio di chitarra acustica decisamente ben realizzato (chi dice che Petrucci sappia solo fare assoli non ha mai capito niente) tesse le basi per un Labrie che, contrariamente al resto del disco, ritrova la forma. Una spruzzata di Kevin Moore alle tastiere di Rudess sfocia in un deja-vù dei tempi di Awake o di Scenes From A Memory. Bel brano, ma poi si torna ad un finale intrecciato da esercizi di sweeping e arricchito da growl di Portnoy, ormai seconda voce stabile della band. Come a voler dire: siamo sempre noi, ma ora vogliamo suonare più metal di prima perché la Roadrunner ci chiede così. Ad ogni modo, un pezzo che ascolto e riascolto molto volentieri.

A Rite Of Passage = Che schifo. Il singolo. La "As I Am" del 2009. Incipit a la Tool, parti vocali filtrate e il tentativo di essere ciò che non si è, ovvero una band moderna mainstream. Solito copione, assoli interminabili e inutili, un Labrie, come si espresse felicemente Richard Benson, "gallinaceo". E un ritornello radiofonico che, pur carino, infastidisce per la sua sfrontata orecchiabilità. E liriche con "gate", "key", "rite", sostantivi decisamente troppo epic-metal. Ne gioiranno i brufolosi col chiodo, non io.

Wither = Paradossalmente, una delle tracce più belle dell'album. Una ballad delicata e sentimentale, anch'essa molto radiofonica, che testimonia come i DT siano ancora, se vogliono, in grado di produrre buone melodie pop, le quali, in un oceano metallizzato e ottuso come quello dell'album di cui stiamo parlando, fanno sempre bene. Belle le linee di chitarra, molto meno l'assolo. Ottimo il tocco vellutato di Portnoy sui piatti durante la strofa. Buono anche Labrie, ma sempre uguale a se stesso.

The Shattered Fortress = Inutile. Un collage dei brani della saga alcolica di Portnoy (i novizi della band non la conosceranno, ma i veri fan sì), spezzettati e riassemblati per riempire 12:49 minuti di vuoto sul supporto ottico col pretesto di gettare la conclusione alla trama che ci ha accompagnato negli ultimi tre dischi. Ma se i capitoli precedenti, (salvo forse quello spaccamaroni di "Repentance" dove ospiti illustri del calibro di Hogarth e Vai erano stati invitati solo per parlare e sussurrare e allungare il brodo di una decina di minuti) erano dei grandissimi brani, questo è invece inutile, brutto e noioso. Ignobile, oserei dire.

The Best Of Times = Un brano evidentemente scritto perché "si fa" e non perché si vuole. Ciò che se ne ricava, però, è un ottimo gusto melodico, ancora dettato da quel santo di Petrucci in coppia col piano delicato di Rudess (che stavolta la fa finita coi pitch alzati e abbassati). Ci sono parti di chitarra che ricordano un po' "Falling Into Infinity" e una strofa radiofonica che ricorda "I walk beside you" del fortunato "Octavarium". Finale col solo smaccatamente neoclassico di Petrucci, e odio quando il chitarrista newyorkese emula Malmsteen. Qualche bending aggressivo e qualche fraseggio ispirato, però, salvano il tutto. Peccato per le sweep una dietro l'altra. La domanda che sorge spontanea è: "Portnoy dov'è?". Il buon Mike, mio membro preferito della band da sempre (ebbene sì), sembra un po' relegato a backing vocals e a semplice drummer di accompagnamento e non emerge molto.

The Count Of Tuscany = Bella. Avrete letto e sentito molte lodi a questo brano, che se le merita tutte. Il monologo di Petrucci che ricopre la prima parte del brano è di una classe sopraffina. Ancora arpeggio acustico, un fraseggio melodico e deciso, e poi il tutto sfocia ancora nel trash-metal più becero e inconcludente. Il brano però, che è lunghissimo, presenta molte facce che merita ascoltare bene per capire con cosa abbiamo a che fare. Forse un po' troppo lungo, ma sicuramente una bella suite progressive per i più nostalgici, che ci fa almeno avvertire un po' di sentimento in un disco piuttosto freddino. La prova che i DT sono sempre validi, ma che, a quanto pare, ultimamente si nascondano per voleri superiori (il Dio denaro?La Roadrunner?).

Un disco altalenante. Ci sono momenti ispirati che ci fanno sperare bene per il futuro. Ma c'è anche la presa d'atto che l'età dell'oro dei DT è definitivamente tramontata. E con essa se n'è andata la qualità più bella del gruppo. Quella di osare, di andare sempre avanti, di non guardare in faccia a nessuno. Abbiamo ancora un Petrucci sopra le righe, ma che trascura gli assoli in favore di una velocità al fulmicotone che ormai emoziona solo i ragazzini. Un Portnoy e un Myung un po' sottotono, un Rudess sempre uguale a se stesso, e un Labrie che è il caso che esca dalla band e dia l'inizio a una nuova era. Uscito da quel magnifico live che era "Score" per il Ventennale della band, adesso puzza di muffa, canta sempre uguale ed è veramente fastidioso. Non ha più niente da offrire. Spero in un nuovo e deciso cambio di rotta. Allo stato attuale, i DT non mi piacciono più, e questo è, senza ombra di dubbio, il disco peggiore della loro carriera. Quello che temo è però che non si risveglino più dalla piattezza compositiva: ormai, si sa, contano solo i soldi e la fedeltà al Dio metallo, che ha rovinato e continua a rovinare tante band, più di quanto gli altri Dei rovinino il mondo con gli scontri di civiltà. Per adesso, ci sono momenti in cui penso che i DT siano diventati un po' ridicoli (assomigliano un po' troppo alle bands derivative e sciocche come gli Evergrey), e credo proprio che sia così.

VOTO: 5,5
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