D Dream Theater Black Clouds & Silver Linings
A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z #

Dream Theater

CD

Black Clouds & Silver Linings

2009

Dati

Rilasciato Giugno 2009
Formato CD
Tipo New Millennium / Present
Recensione inviata Martedì 29 Giugno 2010
Area Area Metal
Durata 1:15:25
Numero di dischi 1
Data edizione 2009
Recensore Manuel
Genere Progressive Metal

Recensione

Prima di scrivere ci ho pensato tanto, perché sono i Dream Theater, una delle bands che ho amato di più da sempre e, nonostante vari e significativi ripensamenti, tutt'ora una delle mie preferite. Con la nuova uscita, i DT hanno definitivamente congelato il loro stile. Non suonano più progressive-metal, ma prima metal e solo poi progressive. Progressive è, nel pieno significato del termine, progredire sempre di più sino a stravolgere le basi di partenza, realizzare la totalizzazione nell'attimo e trascendere le categorie artistiche. Questo è ciò che i DT hanno fatto sino a "Six Degress Of Inner Turbulence". Quello che hanno fatto dopo, col pur buono "Train Of Thought", è stato definire delle coordinate, guarda caso quelle che il pubblico richiedeva a gran voce, e non cambiarle più. Il passaggio alla Roadrunner ha acuito questa auto-limitazione e accelerato il declino creativo. Questo disco banalizza ancora di più la proposta musicale e non ci fa intravedere nuovi cambi di rotta. Contrariamente a quanti molti pensano, la band ha SEMPRE cambiato generi e stili nel corso degli anni, rendendo al tempo stesso comunque riconoscibile il propro marchio di fabbrica. Adesso è tutto congelato, ibernato, stilizzato. La rincorsa romantica e "wagneriana" all'opera perfetta e totale è sparita in funzione della fruibilità della stessa.

A Nighmare To Remember = Inevitabile ripetizione, piena attuazione del trademark dreamtheateriano. Cambi di tempo, tecnica, parti strumentali, dialoghi chitarra-tastiera, ecc. ecc. Un brano più che buono, convincente, ma manieristico (nota di demerito). Nota di merito (e che merito) la parte centrale del brano, dove un arpeggio di chitarra acustica decisamente ben realizzato (chi dice che Petrucci sappia solo fare assoli non ha mai capito niente) tesse le basi per un Labrie che, contrariamente al resto del disco, ritrova la forma vocale. Una spruzzata di Kevin Moore alle tastiere sfocia in un deja-vù dei tempi di Awake o di Scenes From A Memory. Poi si passa a un finale intrecciato da esercizi di sweeping e arricchito da growl di Portnoy, ormai seconda voce stabile della band. Come a voler dire: ora vogliamo suonare più metal di prima perché la Roadrunner ci chiede così.

A Rite Of Passage = Un'indecente immondizia. Incipit a la Tool, parti vocali filtrate e il tentativo di essere ciò che non si è, ovvero una band moderna mainstream. Solito copione, assoli interminabili e inutili, un Labrie penoso. E un ritornello radiofonico che, pur carino, infastidisce per la sua sfrontata orecchiabilità. E liriche con "gate", "key", "rite", sostantivi decisamente troppo epic-metal. Roba da giovani brufolosi che ad agosto girano col chiodo.

Wither = Paradossalmente, una delle tracce migliori. Una ballad delicata e sentimentale, anch'essa molto radiofonica, che testimonia come i DT siano ancora, se vogliono, in grado di produrre buone melodie pop, le quali, in un oceano metallizzato e ottuso come quello dell'album di cui stiamo parlando, fanno sempre bene. Buone le chitarre, ottimo il tocco vellutato di Portnoy sui piatti durante la strofa. Buono anche Labrie, ma sempre uguale a se stesso.

The Shattered Fortress = Inutile. Un collage dei brani della saga alcolica di Portnoy (i novizi della band non la conosceranno, ma i veri fan sì), spezzettati e riassemblati per riempire 12:49 minuti di vuoto sul supporto ottico col pretesto di gettare la conclusione alla trama che ci ha accompagnato negli ultimi tre dischi. Ma se i capitoli precedenti, (salvo forse quello spaccamaroni di "Repentance" dove diversi ospiti illustri erano stati invitati solo per parlare e sussurrare) erano dei grandissimi brani, questo è invece inutile, brutto e noioso. Una presa per i fondelli.

The Best Of Times = Un brano molto classico, ma con un Petrucci in gran forma, supportato dignitosamente dal pianoforte di Rudess. Ci sono parti di chitarra che ricordano un po' "Falling Into Infinity". Finale con assolo smaccatamente neoclassico di Petrucci: odio quando il chitarrista newyorkese emula Malmsteen. Qualche bending aggressivo e qualche fraseggio ispirato, però, salvano il tutto. Peccato per le sweep una dietro l'altra. La domanda che sorge spontanea è: "Portnoy dov'è?". Il buon Mike, mio membro preferito della band da sempre (ebbene sì), non emerge molto.

The Count Of Tuscany = Avrete letto e sentito molte lodi a questo brano; se le merita tutte. Il monologo di Petrucci che ricopre la prima parte del brano è di una classe sopraffina. Ancora arpeggio acustico, un fraseggio melodico e deciso, ma poi il tutto sfocia nuovamente in un becero trash-metal. Il brano però presenta molte facce che merita ascoltare bene per capire con cosa abbiamo a che fare. Forse un po' troppo lungo, ma sicuramente una bella suite progressive per i più nostalgici, che ci fa almeno avvertire un po' di sentimento in un disco piuttosto freddino. La prova che i DT sono sempre validi, ma che, a quanto pare, ultimamente si auto-plagino per voleri superiori (il Dio denaro?La Roadrunner?).

Un disco altalenante. Ci sono momenti ispirati, ma bisogna anche prendere d'atto che l'età dell'oro dei DT è definitivamente tramontata. E con essa se n'è andata la qualità più bella del gruppo: quella di osare, di andare sempre avanti non guardando in faccia a nessuno. Abbiamo ancora un Petrucci sopra le righe, ma che trascura gli assoli in favore di una velocità al fulmicotone che ormai emoziona solo i ragazzini. Un Portnoy e un Myung un po' sottotono, un Rudess sempre uguale a se stesso, e un Labrie che non ha più niente da offrire. Uscito da quel magnifico live che era "Score", adesso puzza di muffa, canta sempre uguale ed è veramente fastidioso. BCASL è, senza ombra di dubbio, il disco peggiore della carriera dei DT. Quello che temo è però che non si risveglino più dalla piattezza compositiva: ormai, si sa, contano solo i soldi e la fedeltà al Dio metallo, che ha rovinato e continua a rovinare tante band, più di quanto gli altri Dei rovinino il mondo con gli scontri di civiltà.

VOTO: 6-
Hits 452
Octavarium « Octavarium Dream Theater CD Cronologia A Dramatic Turn Of Events » A Dramatic Turn Of Events