Dream Theater

CD

Octavarium

2005

Dati

Rilasciato Gennaio 2005
Formato CD
Tipo New Millennium / Past
Area Area Metal
Durata 1:15:48
Numero di dischi 1
Recensore Manuel
Genere Progressive Metal, Progressive Rock

Recensione

Passano due anni dall’uscita di “Train Of Thought”, ne passa appena uno dalla pubblicazione della relativa mastodontica tournee nipponica (quel meraviglioso “Live At Budokan” spiattellato su due dvd e tre cd, che ci restituisce una band muscolosa, vigorosa e in strepitante forma) e succede nuovamente quello che la stragrande maggioranza dei fans sperava: l’ennesimo cambio di rotta. Dopo i complessi esercizi di tecnica e rabbia del “Treno del pensiero”, espressi versando litri e litri di gocce di sudore e che avevano posto fine agli arditi sperimentalismi del parto del 2002, si ritorna alla ricerca sonora col presente “Octavarium”; ottavo disco, otto tracce (la numerologia continua…), stavolta non un concept-album, ma con una profondità concettuale nuovamente complessa ed elevata. Primo tratto distintivo di “Octavarium”, quindi, la ripresa del progressive in senso stretto (e non inteso come mera riproposizione di categorie formali). Secondo tratto distintivo: questo disco è figlio del suo tempo e, estremizzando il discorso iniziato con “Six Degrees Of Inner Turbulence”, assorbe un’impressionante quantità di influenze musicali integrandole nel sound theateriano; stavolta, però, le stesse sono più facilmente riconoscibili e forse l’operazione di assorbimento è riuscita solo in parte. Questo ha ovviamente suscitato le ire di parte dei fans, cosicché, similmente a quanto successo 3 anni prima, molti se ne sono andati indignati per non aver avuto un prodotto uguale al precedente. Il risultato, comunque, è strabiliante per vari motivi che andremo a conoscere. Terzo tratto distintivo: la semplicità. Ebbene sì, accade che in ben quattro brani su otto (esattamente la metà!) Petrucci e Rudess la smettono di sgommare a 300bpm e concentrano le proprie forze sul tessuto armonico e melodico, contribuendo a un risultato che “respira” maggiormente e che presenta strutture più simili alla “canzone pop” che all’ardore progressivo.

Il disco si apre con campionamenti elettronici, squarciati poco dopo da un’aggressiva ritmica in 4/4 dove Mike e John P. spingono assai sul pedale dell’acceleratore: è “The Root Of All Evil”, terzo capitolo della saga dell’alcolismo di Portnoy, un brano bellissimo, energico, vigoroso, in bilico tra classico e moderno. Ritmiche rocciose, vocals perfette di Labrie, meravigliose melodie e un assolo di Petrucci che comprende tapping in string-skipping, fraseggi minori armonici e bendino di matrice blues. Sembrerebbe a questo punto che l’intenzione dei cinque sia quella di rompere il culo, quando arriva la sorpresina: una ballad pop, rilassata, semplicissima, che richiama alla lontana i suoni di “Hollow Years” senza però raggiungerne le altezze qualitative. Si tratta di “The Answer Lies Within”, ha arrangiamenti raffinatissimi, orchestrazioni con archi, e un testo banale, veramente banale tanto da far arrossire, firmato dal signor Petrucci. Un brano che ha fortemente sconcertato anche i die-hard fans e, devo ammettere, a ragione, poiché una canzone così sempliciotta dai DT non si era mai sentita; se però ci togliamo dalla prospettiva dreamtheateriana, dobbiamo riconoscere che si tratta di un brano ben confezionato e gradevole, che, tuttavia, ci fa un po’ vergognare per la sua sfrontatezza pop. Una trovata commerciale? Forse, invece, la voglia di suonare con calma qualcosa di semplice e tuttavia raffinato, per calmare le acque torbide in cui riversava la rabbia del disco precedente. Scrolliamoci di dosso la vergogna e procediamo con un altro magnifico brano, “These Walls”, un misto di elettronica, crossover e metal in cui apprezziamo notevolmente i riff in 7 corde di Petrucci, la magnifica ugola di Labrie e gli stupendi tappeti di tastiera di Rudess. Questi, insieme al compagno chitarrista, ha deciso di darsi finalmente una calmata, e invece che soleggiare al fulmicotone, preferisce intessere armonie funzionali allo sviluppo e all’arrangiamento complessivi del brano; John risponde con un assolo breve, giocato su una decina di note e, paradossalmente, uno dei più belli di sempre: niente sweep, niente picking, niente tapping, solo la voglia di “cantare con la chitarra”. Stupendo il bridge, ancora più del ritornello; un brano veramente degno di lode. Ecco che però il gioco dell’alternanza non è finito, e la quarta traccia è un altro brano pop, a tratti quasi new-wave (!) e con massicce influenze degli irlandesi U2: una canzone d’amore, senza assoli, senza obbligati, senza parti strumentali, smaccatamente pop, dove la ritmica chitarristica è così naif da far spavento, e dove ne escono vittoriosi solo Labrie (che voce) e Portnoy (con i suoi ormai noti giochi su piatti, ride e charleston, di una raffinatezza unica). “I Walk Beside You” si chiama, le parole sono ancora di Petrucci, che sembra un giovincello innamorato in quella calda estate del 2005. L’alternanza, ho appena detto, non era smessa e infatti continua anche nelle prossime due tracce: la quinta è “Panic Attack”, un brano duro, molto metal e tecnicissimo, che unisce una follia e discontinuità compositiva ed esecutiva (echi di System Of A Down nell’aria) a una durezza granitica del suono frammentata da qualche arietta melodica sempre comunque molto oscura nel mood; la sesta è “Never Enough”, altro manifesto della modernizzazione del suono (vi sono state rintracciate influenze dei Muse, e a ragione) e privo di tecnicismi eccessivi, dove ritroviamo per l’ennesima volta una magnifica prestazione vocale (fu così anche in sede live a Fucecchio nel 2005), testimonianza di una ritrovata competenza artistica. Nuova critica all’Islam in relazione all’attacco dell’11 settembre e per questo strettamente parente di “In The Name Of God” è “Sacrificed Sons”, uno dei pezzi a mio avviso più noiosi dell’album e meno interessanti.

La traccia conclusiva è una suite di 24 minuti, dove continua la tradizione concettuale e progressive. Cinque sono i movimenti, ognuno scritto da un membro diverso; ricchissime le influenze, da un’apertura in stile pinkfloydiano si arriva a una teatralità imponente raggiunta solo con gli ultimi capolavori. Molta tecnica, alla quale siamo stati sempre abituati, ma funzionale alla melodia e al pathos (e non fredda come in certi episodi del disco precedente), dialoghi chitarra-tastiera, funamboliche e pindariche esibizioni di batteria, growl di Labrie e parti mazzate e funky. C’è di tutto, la chiave migliore è l’ascolto, poiché con “Octavarium” abbiamo di fronte uno di quei brani dove i sentimenti superano la capacità espressiva del linguaggio.

Un disco che divide, che sorprende, che fa discutere: quindi, un disco bello e interessante, perché sono questi i lavori che fanno progredire la musica e ne conservano la dinamicità fluida. Non lo saranno i suoi due più mediocri successori, non lo era il suo pur bellissimo predecessore. “Octavarium” è il testamento del vero progressive theateriano per come lo abbiamo conosciuto in 20 anni di musica, ed è la prova che anche una band di estrazione metal può valicare i confini del genere per riaccendere il dibattito su cosa il progressive può e riesce a dire. L’ottavo lavoro della band di NYC ci ha dimostrato che può dire ancora molto e forse più di quanto crediamo, soprattutto se, con umiltà, scende dal piedistallo e fa proprie strutture più semplici e moderne.

P.S. Il voto è autentico, non dettato dalla cabala!

VOTO: 8

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