Dream Theater

CD

Six Degrees Of Inner Turbulence

2002

Dati

Rilasciato Gennaio 2002
Formato CD
Tipo New Millennium / Past
Area Area Metal
Durata 1:36:13
Numero di dischi 2
Recensore Manuel
Genere Progressive Metal

Recensione

Sesto disco della loro carriera, intitolato non a caso “Six Degrees Of Inner Turbulence”, questo doppio album del Teatro dei sogni, licenziato nell’Anno Domini 2002, segna l’inizio di una nuova era per la band newyorkese e questo per varie e significative ragioni di cui andremo a parlare alla rinfusa. Innanzitutto, ripensiamo brevemente a cosa è successo prima: i Dream Theater si sono da poco lasciati alle spalle uno dei migliori lavori della Storia del metal progressivo, il concept-album magnificamente confezionato a nome di “Scenes From A Memory”, che ha lasciato in estasi fans e critica per il livello eccelso della musica ivi racchiusa e per il patos lirico e concettuale che i nostri hanno saputo esprimere. In questo senso, SDOIT rappresenta una mezza continuazione: il secondo supporto ottico, contenente un brano di oltre 40 minuti (suddiviso naturalmente in tracce) che dà il titolo all’intera opera, ci ripresenta un’altra magniloquente suite concettuale, forgiata nel suono del progressive metal classico con qualche innovazione in più. Ma ad attirare l’attenzione degli ascoltatori del 2002 fu, soprattutto, il primo dei due cd, poiché è quello che musicalmente stacca in maniera più netta col passato prossimo (figuriamoci quello remoto) della band.

Il primo disco, recante cinque brani, colpisce per la modernità della proposta e l’arricchimento delle influenze. Se il suo predecessore si attestava, come detto, sullo splendido esercizio di brani progressive più “canonici” (ma prendete questo termine con le molle dato che si parla dei Dream Theater), questo invece strizza l’occhio alle sonorità di Tool, Radiohead e dello scenario crossover e alternativo americano (basti citare i Fate No More su tutti), allargando in maniera significativa lo spettro musicale dei progsters del New Jersey. In una spirale evolutiva che non ha mai conosciuto battute d’arresto, i DT assorbono ritmiche sporche, pesanti riff di chitarre a 7 corde, scratches, rumori, parti vocali filtrate e campionamenti elettronici, e ce li restituiscono così, con tutta naturalezza, come se avessero fatto parte da sempre del loro sound (diversamente da quanto faranno in “Octavarium” 3 anni dopo, dove le influenze “alternative” risultano più derivative ed esplicite). L’equilibrio delle varie componenti, la freschezza del suono e il pathos messo da ogni singolo musicista colpiscono in maniera così forte che si stenta a credere che possa esistere una band così viva, multiforme, dialettica e intelligente tale da brillare ancora dopo quasi 20 anni di carriera. “The Glass Prison”, primo episodio della fortunata saga di Portnoy sui propri problemi con l’alcolismo che si concluderà solo 7 anni più tardi, è una potente suite di 13 minuti sempre in bilico tra avanguardia ed efficacia, dove viene detto molto e viene detto benissimo. Non annoia, non risulta prolissa, e presenta magnifici alternanze tra parti molto dure (viene in mente il paragone di Mike con le sonorità dei Pantera, e come si può dargli torto?) e parti riflessive e melodiche. Strabiliante il lavoro di batteria e anche quello della chitarra, che guida il tutto. Nei restanti quattro brani la stranezza si moltiplica, passando per una più convenzionale “Blind Faith” (stupendo lo stacco di piano di Rudess a metà brano) e arrivando a due balllads avanguardistiche e intrise d’elettronica come l’ipnotica e psichedelica “Misunderstood” e la malinconica e struggente “Disappear”. “The Great Debate”, primo brano con contenuti politici mai scritto (tratta il tema delle cellule staminali e critica l’amministrazione Bush per le scelte conservative intraprese al riguardo), sebbene non sia di livelli eccelsi, è una chiave interpretativa decisiva per capire dove vogliono andare i DT del 2002: campionamenti elettronici, filtri e un complesso mix di suoni “nuovi” e strutture progressive classiche. Ci sarebbe molto da dire su questo primo cd, che potrebbe essere un album a se stante e che, in fin dei conti, è quello dei due che veramente rompe i ponti col passato e che segna l’inizio, come scrivevo prima, di una nuova e felice era di estrema ricerca sonora che sarà purtroppo interrotta già dalla successiva release (mi riferisco ovviamente a Train Of Thought), che segnerà il ritorno a stilemi classici e metal in senso stretto, abbandonati soltanto col profondo e innovativo “Octavarium”, ma questa è un’altra storia. Non è un caso che il primo cd di SDOIT abbia spiazzato molto la critica e diviso fortemente i fans della band; quelli che non sono riusciti a capirlo e metabolizzarlo perché di mentalità troppo stretta, non per niente hanno, dopo mormorii ottusi e deprimenti, battuto le mani sulle influenze trash-metal di “Black Clouds & Silver Linings”. In coda segnalo che “Disappear” tratta l’abbandono di un uomo da parte della sua donna per malattia terminale, un thopos dreamtheateriano se si considerano brani futuri come alcune parti di “Octavarium” e la più recente “A Nightmare To Remember”.

Il secondo cd, ovvero la suite in otto parti, riprende un po’ il discorso interrotto con la release precedente, non ovviamente a livello concettuale ma a livello strutturale. Escludendo l’overture e l’atto VII, quello che i DT ci narrano sono le storie di sei individui che non hanno apparentemente niente a che fare l’uno con l’altro, ma che sono accomunati dal fatto di soffrire di patologie psichiche. Il riferimento è ovviamente alla teoria dei “sei gradi di separazione”, ideata in letteratura nel 1919 dall’ungherese Frigyes Karinthy e canonizzata in termini statistico-matematici in America 40 anni dopo. Un’overture classica in grande stile ci introduce tutti i temi dell’opera, e brani carichi di energia come “About To Crash” (dove si parla di una ragazza bipolare) si alternano a splendide ballate come “Goodnight Kiss” (fate attenzione all’interminabile assolo di Petrucci: è la prova che il ragazzo ha un’anima e che suona con sentimento, smentendo ogni critica dei detrattori che lo vedono come uno shredder senza cuore) e “Solitary Shell” (splendida la ritmica con chitarra 12 corde) e ci narrano ognuna la vita e il mondo interiore di un personaggio diverso, rappresentato nel vivo dei propri conflitti interiori causati dalla malattia. Da segnalare i potentissimi brani, anch’essi intrisi del clima crossover dell’epoca, “War Inside My Head” (che narra di un reduce del Vietnam, altra spina nel fianco della società americana dopo il dibattito sulle staminali) e “The Test That Stumped Them All”: ritmiche rocciose, un Portnoy sempre indemoniato e un Rudess attentissimo alla qualità dei suoni che la sua tastiera sprigiona. Anche nel secondo disco, quindi, andiamo incontro a una modernizzazione delle sonorità, ma su strutture più tipicamente progressive e più vicine, come già detto, ai lavori precedenti dei DT. Il disco, manco a dirlo, è perfetto: è sentito, è innovativo, è potente, melodico e prodotto in maniera eccellente. Ottimi, a questo proposito, i suoni di batteria di Portnoy e ottimo il ruolo di Rudess, che sa perfettamente il fatto suo e non è ancora caduto nel buio creativo che lo inghiottirà per i prossimi anni. La suite entra di tutto rispetto nel libro d’oro dei cinque musicisti, tanto che viene riproposta, interamente o a pezzi, quasi sempre in sede live, dove dimostra tutto il suo potenziale (fantastica l’esecuzione in “Score” con l’orchestra che esegue finalmente l’overture come dovrebbe essere eseguita).

Cosa si potrebbe pretendere di più da una band che affronta e supera il millennio senza mostrare mai il fianco, assorbendo tutto ciò che la musica contemporanea ha di buono da regalare e rielaborando il tutto in una maniera personale, equilibrata e concettualmente profonda? Niente, a maggior ragione se la si considera da un’ottica posteriore cronologicamente. SDOIT fu la prova che i DT erano la miglior band progressive metal di sempre, perché sapevano evolversi e si lanciavano con entusiasmo nella ricerca sonora inseguendo l’ideale della progressione perpetua della loro musica e dell’allargamento dei propri confini mentali e musicali. Ciò che è venuto dopo, ahimè, lo sappiamo. A poco valsero le critiche dei detrattori del 2002: chi non riusciva a comprendere simili capolavori, è giusto che tornasse ad ascoltarsi gli Shadow Gallery, i DGM, o altre tristi realtà derivative, manieristiche e metallizzate a 360 gradi. Se non do 10 a questo disco, è soltanto perché un mezzo punto sparisce se lo accostiamo a “Scenes From A Memory”, al quale sono profondamente legato da anni. Punto.

VOTO: 9,5


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