|
Se aprite il myspace di Karl F. vedete la foto di un ragazzo che, per via dell’abbigliamento (jeans strappati e camicia) e dei capelli lunghi e barba, ricorda subito Richie Kotzen e forse un po’ anche Greg Howe, insomma i rocker di tutto punto che “shreddano” (o sheddavano) per la Shrapnel. Poi prendete la sua demo, la ascoltate e avrete anche la riconferma musicale della somiglianza estetica: aggiungete però stavolta Kiko Loureiro, spettacoloso chitarrista degli Angra, che in sede solista dà il meglio di sé in fatto di tecnica, groove, potenza e melodia. Le influenze di Kiko sullo stile chitarristico di Karl sono talmente evidenti che emergono prepotentemente sia nei brani più rock e tecnici come l’opener “As I killed you softly” o “Why so serious?”, sia in quelli più soft e di impronta “latineggiante” (“She was there at the sunset” per esempio). Il disco prosegue fino alla fine, per dodici tracce, nell’ambito delle appena citate sonorità: distorsione a manetta, legati iperveloci, tapping e altre beneamate tecniche del retaggio dei cosiddetti “guitar heroes” odierni nati dopo l’apparizione sulle scene di Satriani e Vai. Vai che fa appunto capolino in “Window of soul”, un brano per la realizzazione del quale il nostro chitarrista di Latina ha sicuramente preso ispirazione dalle famose tracce numero 7 dell’allievo di Satriani (per i non addetti ai lavori: una delle innumerevoli manie di Steve Vai è quella di associare, secondo una ricorrente numerologia, alla settima traccia il brano più melodico e coinvolgente di ogni disco). Karl, oltre ovviamente alle chitarre, suona anche le parti di basso e di tastiere, mentre fa uso di drum-machine. Considerando che la demo è totalmente realizzata in modo autonomo, i risultati sono sopra le aspettative; è la produzione che è molto scadente, ma si tratta appunto di una demo e quindi non è un lato che dobbiamo tenere di conto in questa sede. Col disco di debutto, che si spera arrivi presto, migliorerà tutto e potremo apprezzare maggiormente lo stile di Karl. Per adesso ci sono due grosse verità: la prima è che Karl è bravo, suona bene (soprattutto sul piano ritmico, dove “spinge” di più e meglio) ed è dotato di una grande tecnica, che lo porta spesso a strafare; la seconda è che un album del genere non introduce nessuna novità in un filone musicale che, a mio avviso, è già morto da tempo. Dopo le “pietre miliari” erette dal lavoro di Van Halen, Joe Satriani e Steve Vai (su tutti), non è rimasto molto da dire nell’ambito del chitarrismo strumentale; tutto ciò che è venuto negli ultimi anni non è stato altro che la ripetizione della maniera, dello stile e dell’esercizio di chi è venuto prima e contemporaneamente il frutto del peccato mortale dell’autoindulgenza tecnica. Torrenti, ma che dico fiumi, inondazioni di note, legate, pennate, in string-skipping, tappino o come la si voglia mettere, sempre immensi oceani di note che poco lasciano nel cuore dell’ascoltatore se non una sincera ammirazione per la bravura tecnica. Per concludere, segnalo due cose molto importanti: 1) “Mad Cow” altro non è che un plagio di “Bad Horsie” di Steve Vai, la prima traccia dell’album “Alien Love Secrets”. Non è una cover, intendiamoci, è proprio un plagio, col riff copiato “paro paro”, come si dice in Centro Italia. 2) Il titolo del brano che ho citato sopra, "Window Of Soul", peraltro espresso in un inglese erroneo, è "liberamente" tratto (anche nella scelta dei VOCABOLI) dal pezzo "Windows To The Soul" che Steva Vai ha inciso su "Ultra Zone". Un "tributo" a Vai? Di sicuro la testimonianza che lo spirito dei grandi è sempre lì, che si aggira per l’Europa e per gli States, facendo più danni della grandine e tentando l’accanimento terapeutico su un genere che ormai ha già detto tutto quello che doveva dire, eccetto felici eccezioni come Kiko Loureiro o John Petrucci, che realizzano una commistione di stili sempre all’altezza del compito che il pubblico gli affida. Solo se Karl reinterpreta la pesante eredità che ha sulle spalle e personalizza il proprio stile razionalizzando le sue capacità tecniche (peraltro enormi) in funzione del fluire musicale potrà brillare di luce propria, senza farsi prestare la luce dagli altri. Senza i plagi di Vai avrei messo un voto più alto (ma non la sufficienza), pardon ma non sopporto i cloni; le idee devono essere almeno in parte originali, sennò facciamo la fine di Vasco Rossi che coverizza i Radiohead perché non sa più cosa scrivere. VOTO: 4,5 |
116


