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DatiRilasciato Ottobre 1969Formato LP Tipo Before Seventies / Past Area Area Rock Durata 43:54 Numero di dischi 1 Recensore Manuel Genere Progressive Rock Recensione" La deliberata affermazione da parte mia, nel 1969, che era possibile nel rock richiamarsi alla testa oltre che ai piedi causò una sorta di esplosione passionale e fu considerata eretica (Robert Fripp)
C'est une Révolte? - Non, Sire, c'est une révolution (Luigi XVI e il Duca di Liancourt in occasione della caduta della Bastiglia)
Per fare una rivoluzione ci vogliono due cose: qualcuno o qualcosa contro cui rivoltarsi e qualcuno che si presenti e faccia la rivoluzione (Woody Allen)
La rivoluzione non è un qualcosa legato all'ideologia, né una moda di una particolare decade. È un processo perpetuo insito nello spirito umano (Abbie Hoffman)
Nel 1893, il pittore norvegese Edvard Munch realizzò la sua opera più celebre, “Skrik” (l’urlo), prodotto dell’angoscia privata e di una generazione intera di uomini e intellettuali del fin de siècle. Bene, prendete quel quadro e confrontatelo con la copertina del debut-album dei King Crimson, realizzata da Barry Godber: in questo caso l’urlo non è il risultato di un’angoscia causata dallo sgretolarsi di ogni certezza, bensì un urlo liberatorio, potente, ambizioso, che unisce i tratti del Genio e della Follia in un atteggiamento che ci ricorda l’altrettanto celeberrimo Faust di Goethe. Era il 1969, l’Europa era stretta nella morsa dei refrain facili delle canzonette dei Beatles e nei riff di matrice blues dei Rolling Stones; aldilà di qualche sporadica idea apparsa in dischi come “Sgt. Pepper” dei primi, di alcune aspirazioni proto-prog dei Deep Purple o dei The Nice, nessuno pensava a far progredire il rock verso lidi sconosciuti. Se un certo clima stava iniziando timidamente (molto timidamente) a fermentare, serviva qualcuno che avesse il coraggio di opporsi a quello che il panorama rock e pop dell’epoca offriva e che sbattesse in faccia all’Europa prima e agli States poi qualcosa di nuovo e di ardito. Parafrasando la citazione di Fripp (chitarrista e fondatore dei King Crimson, appunto), possiamo definire lo scenario rock di allora come il prodotto dei piedi e non della testa: si pensava poco, non si rifletteva quasi mai, si suonava e si viveva alla giornata. Se quindi non c’è una data d’inizio ufficiale per la nascita del progressive, de facto è da considerarsi tale l’anno in cui questo album viene pubblicato: un album che definisce nuove coordinate e, come ogni buona rivoluzione, possibile forse solo nelle arti e mai nella politica, produce qualcosa di nuovo e di stabile per almeno dieci anni a seguire; un genere che, soffocato sotto i pesanti colpi del pop degli anni ’80, tuttavia non muore, respira, ribolle, e resta ancora oggi, nel nuovo millennio, una delle realtà musicali più prolifiche e interessanti (anche se il dicibile è forse già stato detto). Ma quali sono gli stilemi fondati da questa band e seguiti da tutte (dico tutte) le bands progressive dal 1969 in poi? Innanzitutto, lo spirito. Uno spirito avanguardistico, incarnato nel tentativo di osare sempre di più, rifiutando la forma-canzone, per far progredire il rock verso livelli di teatralità, liricità e tecnica mai raggiunti prima; in altre parole, la sperimentazione. A seguire, i concetti: grazie al sapiente lavoro del paroliere Peter Sinfield, che affianca la mente musicale di Fripp, il genere inizia a trattare tematiche fantasy e oniriche, che avranno un impatto decisivo sulla nascita e la formazione dell’heavy metal, un genere nato circa un decennio dopo; basti ricordare il lavoro lirico di Dio, Iron Maiden e Black Sabbath per validare questa tesi. Dell’artwork ne abbiamo già parlato, ed è un aspetto fortemente legato a quello testuale e all’ambito dell’immaginario; agli stilemi appena citati occorre ricordare, da ultimo (ma non per questo meno importante), quello tecnico. La predilezione per le metriche e le ritmiche complesse, giocate soprattutto su tempi “strani” e dispari (“Mirrors”, la sezione strumentale del primo brano del disco, è in 6/8), lo spostamento frenetico degli accenti, l’inglobamento di diversi stili compositivi ed esecutivi all’interno di uno stesso brano, l’accostamento di parti completamente diverse tra loro… Tutto questo concorre a formare brani lunghi, articolati, dove si ragiona col cervello e ci si avvicina molto di più alla grandeur della musica classica e del jazz e ci si allontana dai lidi “sporchi”, “semplici” e prevedibili del blues. Tutti questi dettami stilistici, tecnici e concettuali saranno seguiti pedissequamente negli anni a venire, e solo in pochi riusciranno a farli così propri da reinterpretarli: la maggioranza delle band progressive degli anni ’70, però, con le felici eccezioni di gente del calibro di Pink Floyd, Yes, Genesis, Rush e Gentle Giant, si fa le ossa sulla lezione appresa dai King Crimson. Esaminiamo più da vicino le cinque tracce presenti su questo disco, che incarna la rivoluzione musicale e suona ancora attuale 40 anni dopo.
21st Century Schizoid Man, ovvero l’embrione del progressive metal. Caratterizzato da un’estrema durezza, il brano scorre per più di 7 minuti alternando una ritmica potentemente rock, voci filtrate e sporche, e un costante e continuo lavoro di dialogo tra chitarra e sax. Nel centro del brano ascoltiamo “Mirrors”, una sezione strumentale dove il lavoro tecnico di Fripp delinea ritmiche frammentate e incalzanti, giocate sull’uso magistrale di terzine e sestine, uno stile che avrà forte influenza su uno dei chitarristi progressive metal migliori di sempre, John Petrucci. Un assolo di chitarra onirico e psichedelico, talvolta rumoroso, precede un assolo di sax dove la follia è il motore trainante principale. Ascoltatevi bene la parte immediatamente successiva a questo assolo, poiché la ritroverete molto simile in milioni di altri brani progressive, primo fra tutti “Metropolis Pt. I” dei Dream Theater (in particolar modo nella parte delle sweep che precede la sezione che si alterna tra 12/8 e 9/8 e che poi chiude l’intermezzo strumentale e sfocia nel finale). Se l’ascolto di questo brano provoca un misto di stupore, adorazione e incredulità alle orecchie di chi nel ’69 non era nemmeno nei pensieri di chi l’ha concepito, posso immaginare il terremoto che scatenò all’epoca. E pensare che adesso siamo proprio nel 21st Century...
I Talk To The Wind e Epitaph, ovvero le influenze folk. La vicinanza tra folk e prog, che si concretizza in un connubio di atmosfere rilassate, remote, dà il via a una felice tradizione che appassiona ancora oggi diverse personalità della storia del rock: per citare l’esempio forse più banale, ci si ricordi di Richie Blackmore, che dopo una carriera trascorsa a tessere le migliori tele dell’hard rock dei 70 e degli 80, ha avuto una svolta folk e ha creato la nuova creatura, i Blackmore’s Night. Inserzioni di flauti, liriche oniriche come “I talk to the wind / the wind does not hear” o “Confusion will be my epitaph / As I crawl a cracked and broken path” arricchiscono la proposta e le conferiscono un taglio diverso da quello che abbiamo sentito nella traccia d’apertura. Anche “Epitaph” contiene parti strumentali, ma senza riproporre la frenesia e la schizofrenia ascoltate all’inizio: Fripp e soci creano atmosfere ambient, talvolta cupe e sognanti. Mentre “I Talk To The Wind” si fa riconoscere per la sua maggiore immediatezza, “Epitaph” intesse straordinarie e complesse strutture di una teatralità maggiore (complici l’immenso lavoro di McDonald alle tastiere e il drumming variegato di Giles), verso una sinfonia altisonante che si è ormai lasciata alle spalle la successione prevedibile strofa-bridge-refrain.
Moonchild, o la psichedelia e il minimalismo. Il lavoro di Sinfield alle liriche è ancora determinante (“Sailing on the wind / In a milk white gown / Dropping circle stones on a sun dial / Playing hide and seek with the ghosts of dawn”) e si sposa perfettamente con le atmosfere create dalla band, complice quel capolavoro di ingegno umano che è il Mellotron. Come nelle due tracce precedenti, la chitarra acustica di Fripp e la voce dolce di Lake dominano il brano, che poi però sfocia in un’ardita sperimentazione che getta le basi per quella che sarà la musica elettronica (soprattutto sul filone ambient) e per lo scenario psichedelico perseguito maggiormente da altre realtà progressive (Pink Floyd). Il minimalismo sonoro delle sottosezioni “The Dream” e “The Illusion” rappresenta l’antecedente delle sperimentazioni di vent’anni dopo della musica industrial (ecco quindi che alcuni lavori degli Einstürzende Neubauten come “Pelikanöl” non sono poi più tanto nuovi e rivoluzionari se riletti in quest’ottica). Piccoli suoni e riverberi si dilatano nello spazio e nel tempo in textures sonore che creano un effetto allucinatorio nell’ascoltatore, rapendone la mente per condurla verso ambienti lontani. A volte ci stupiamo piacevolmente ascoltando lavori di Radiohead, Port-Royal, Porn Sword Tabacco e altre realtà totalmente o parzialmente ambient; ma dov’è la novità se già “Moonchild” contiene tutto?
The Court Of The Crimson King, la teatralità e il barocco. Componenti principali e strutturali del progressive rock, i due aspetti appena citati sono espressi per la prima volta nella loro massima forza in questo brano, lungo e complesso, che cura gli arrangiamenti in maniera rivoluzionaria e maniacale rincorrendo la perfezione per creare una cattedrale sonora all’interno del quale riusciamo a non smarrirci, bensì ad apprezzarne ogni singola nota. La melodia tracciata dall’organo conduce l’intreccio vocale (costituito dalla linea principale di Lake e dai cori) e il drumming sentenzioso e militaresco di Giles verso vertici espressivi che si snodano attraverso tutta la strofa per poi esplodere nel chorus. A conclusione della parte “cantata” abbiamo una delle migliori prestazioni strumentali di sempre, dove Giles si dà in rullate e ritmi incalzati frammentando la ritmica e le tastiere dettano toni minacciosi e maestosi. Il finale suggella non soltanto la title-track, ma lascia stupiti per tutto ciò che il viaggio che abbiamo intrapreso con questo album ha saputo comunicarci.
Intendiamoci, questo è un album non soltanto rivoluzionario, ma pericoloso. Pericoloso poiché ad ascoltarlo oggi, a 40 anni dalla sua uscita, sembra che abbia già detto tutto ciò che la musica, intesa come arte eclettica e tesa verso l’infinito (Schlegel non aveva sbagliato di molto, del resto) poteva dire. In quest’opera prima minimalismo, barocco, classicismo, avanguardia, furia, tecnica, melodia, psichedelica si fondono in un Tutto che è molto di più della semplice somma delle sue parti. Forse, a differenza di qualsiasi corrente politica e avvenimento storico, i King Crimson sono riusciti a far durare nel tempo gli effetti della propria maestosa e invincibile rivoluzione sonora e concettuale, che ha scardinato il modo di pensare e realizzare musica.
Le rivoluzioni vincono non in forza delle loro idee, ma quando riescono a confezionare una classe dirigente migliore di quella precedente, disse Indro Montanelli. E credo proprio che il Re Cremisi abbia saputo forgiare una classe dirigente, quella del progressive rock settantiano, che fosse di gran lunga migliore della banalità e della pochezza di quella precedente, che viene purtroppo ancora ahimé santificata senza fondamento (ogni riferimento ai Beatles è fortemente voluto). VOTO: 10
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