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DatiRilasciato 2006Formato CD Tipo New Millennium / Past Area Area Rock Numero di dischi 1 Recensore Manuel Genere Post-Rock, Neo-Prog RecensioneNon facciamoci ingannare dal nome: sebbene magyar sia il termine con cui gli ungheresi designano se stessi e il proprio linguaggio, i Magyar Posse sono finlandesi e sono, a parer di molti, una delle formazioni più sorprendenti che il post-rock ci abbia regalato in questi ultimi anni. I modi di suonare post-rock sono molti e diversi tra loro, ed è un piacere sapere che, oltre all’esistenza di bands che stanno iniziando a diventare un po’ tutte simili (e sempre devote alla lezione impartita dagli scozzesi Mogwai), ci siano anche realtà assolutamente originali e personali come questo sestetto finnico. “Random Avenger” è il titolo del loro terzo full-length; oltre ai tre dischi registrati in studio, però, la band ama rendere disponibile parte del proprio materiale (live, outtakes, singoli brani, ecc.) per il download gratuito dal proprio sito internet. Per questo vi consiglio, nel caso la loro musica vi affascini, di fare un giro lì ogni tanto, per ascoltare musica sempre nuova e leggere anche news sempre ben aggiornate. Come si presenta questo disco? Beh, ho parlato di originalità, perciò vi ho subito messi in guardia; dovete aspettarvi qualcosa di molto particolare e sicuramente non un lavoro diretto, accessibile e immediatamente fruibile. Comunque, se siete amanti della musica particolare e ben suonata, le vostre orecchie saranno subito colpite dallo stile dei finnici: un post-rock molto vicino al progressive dal punto di vista tecnico e all’avantgarde dal punto di vista compositivo. La non convenzionalità di ogni brano proposto si evince sin dalle prime note: il fluire caotico di melodie dissonanti e di atmosfere spettrali rende, ad esempio, l’opener “Whirpool Of Terror And Tension”, assai affascinante e inquietante al tempo stesso. Con un mix di minimali fraseggi di batteria e linee di tastiera “sentenzianti”, arricchite da cori femminili che sembrano una litania di bambini proveniente dall’aldilà (giuro!), i Magyar Posse danno perfettamente l’idea di una spirale musicale che, avvolgendosi su se stessa, conduca l’ascoltatore a uno stato di tensione piuttosto elevato, senza sapere se riuscirà mai ad allentarsi. La presenza degli archi di Sandra Mahlamäki rende il tutto più barocco e magniloquente, sebbene si tratti alla fine di una melodia ripetuta sino all’ossesso; gli inquietanti cori femminili che ho citato mi ricordano moltissimo gli stessi presenti su quel capolavoro che fu “Ys” del Balletto Di Bronzo. Con la successiva “Sudden Death” abbiamo a che fare con un brano sfacciatamente progressive: un riff centrale di tastiera, chitarra e batteria all’unisono vortica su un asse di rumori per un paio di minuti, sinché gli archi non intervengono a smorzare la tensione creando un intermezzo quasi “ambient” dove dialogano soltanto con poche pennellate di pianoforte. Poi il tutto riprende, e ci avviamo verso un drammatico finale. “Black Procession” è, similmente a “One By One”, una traccia quasi interlocutoria, molto cupa e intima, che smorza la frenesia esecutiva dei brani più lunghi e ambiziosi. Brani, questi, che riempiono la maggior parte dello spazio del cd: ne è un esempio “European Lover/Random Avenger”, della durata complessiva di 12 minuti e 32 secondi, che sembra un adattamento moderno e avanguardistico della migliore musica classica europea, unendo archi e tastiere barocche (una sorta di decostruzione dei Symphony X in chiave post-rock, oserei dire) e furia di batteria e chitarre elettrificate. Con “Intercontinental Hustle” ci riavviciniamo molto a “Sudden Death”: un brano progressivo, quindi, ancora magniloquente e tecnico. Nella conclusiva “Popzag” l’hammond si intreccia con altri cori femminili, costruendo una melodia ripetitiva che poi, a partire dal quarto minuto, sfocia in una jam di forte impronta post-rock, che si fa talvolta rabbiosa per poi tornare minimale sino alla fine del brano e del disco. E’ difficile parlare di questo disco riuscendo a descriverne tutte le complesse caratteristiche. Sicuramente i Magyar Posse cadono, talvolta, nell’esagerazione a furia di ripetere linee melodiche all’infinito: rischiano di annoiare l’ascoltatore e di estraniarlo troppo. Ma forse è una loro intenzione, quella di provocare, rendendo la loro musica onirica, spettrale, impalpabile eppure disturbante. Non fatevi comunque l’idea di un album unicamente inquietante, perché il gusto melodico è di alto livello, soprattutto nel lavoro degli archi e delle tastiere. Certo, ci vuole passione per riuscire ad assaporare tutto l’album, ma una volta entrati nel meccanismo difficilmente si riesce a uscirne e non si può fare a meno di restare affascinati e rapiti da tanto ardore sperimentale. I ragazzi, e anche questo potete apprenderlo dal loro sito, sono originari di Pori, città che dà sul Golfo di Botnia, e in loco sono attivissimi anche in progetti inter-disciplinari: scrivono e suonano colonne sonore per film, sono coinvolti in alcuni progetti teatrali e partecipano all’organizzazione di eventi artistici. Insomma, quando parliamo di Artisti (maiuscola voluta) poliedrici, non possiamo d’ora in poi non includere nel (misero) elenco i coraggiosissimi Magyar Posse. VOTO: 8,5
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