Mastodon

CD

Crack The Skye

2009
Crack The Skye



Segnalibro

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Dati

Rilasciato 2009
Formato CD
Tipo New Millennium
Area Area Metal
Recensore Manuel
Genere Progressive Metal, Sludge

Recensione

La spirale evolutiva della musica targata Mastodon non ha fine: si avvolge su se stessa, piroetta e raggiunge vette espressive sempre nuove e imprevedibili. Dalle ceneri di un metalcore feroce e brutale, Troy Sanders e soci hanno via via saputo reinventarsi e mettersi in gioco e, diciamocela francamente, sinora non hanno mai sbagliato un colpo. Dal roccioso e tecnico “Leviathan” siamo passati al progressive e ambizioso “Blood Mountain”, uno dei miei personali capolavori di sempre, una gemma che splende nella mia disco-teca personale.

Potevano adagiarsi sugli allori, ma non l’hanno fatto; come i grandi, come chi ha il coraggio di fare sempre quel passo in più anche a rischio di sputtanarsi (penso a geni del nostro secolo come Radiohead, Porcupine Tree o Björk), i Mastodon hanno operato una netta svolta sonora e stilistica, riuscendo al contempo a conservare il proprio inconfondibile marchio di fabbrica, che li rende unici e originali in un’epoca in cui la clonazione musicale dei gloriosi avi è il passatempo che riscuote più consensi. Le caratteristiche dei “nuovi” Mastodon: la forte riduzione del growl e una maggiore concentrazione sulle clean vocals; la dilatazione della componente onirica, progressive e psichedelica del loro sound; una maggiore “pulizia” strumentale, che conserva però la frenesia e l’ardore tecnico degli album precedenti; la ricerca di refrain più orecchiabili, incastonati però in strutture sempre complesse e articolate. I difetti: le composizioni risultano leggermente più noiose e meno longeve, proprio in questo caso in cui il disco ha bisogno di numerosi ascolti prima che venga apprezzato nella sua bellezza.

I primi due brani, “Oblivion” e “Divinations” sono di fatto brani molto stoner, ruvidi ma orecchiabilissimi e quasi ruffiani; il drumming iper-scatenato e schizofrenico è ancora presente, ma le chitarre e le linee vocali sono concentrate su un lavoro più pulito e focalizzato sull’efficacia del songwriting e della fruibilità. Ma niente paura: già con “Quintessence” il gioco si fa duro, le strutture si complicano, torniamo sulle frequenze di “Blood Mountain”, soltanto con meno cattiveria. Le chitarre dialogano furiosamente in passaggi progressive, il pedale e il rullante di Brenn Dailor tritano che è un piacere; Troy Sanders conserva le clean vocals e razionalizza la sua abituale cattiveria in funzione di una maggiore accettabilità del brano. Con la suite di oltre dieci minuti intitolata “The Czar”, le cose si fanno ancora più difficili: su un arpeggio di chitarra ossessivo e ripetitivo che gira intorno a se stesso, si stagliano le linee vocali a mo’ di litania di Troy e Brent. Sembra di ascoltare i Queens Of The Stone Age o i Kyuss dei momenti più riflessivi…Ma è soltanto il primo movimento dei quattro in cui è suddiviso il brano: l’ardore progressivo si scatena al quarto minuto, e procede verso vertici tecnici ed espressivi piuttosto arditi, dati da continui spostamenti di accenti, cambi di tempo, cambi d’atmosfera, alternanze tra driver-rock e progressive-metal. Con “Ghost Of Karelia” iniziamo a sentire un pochino di stanchezza, il brano risulta più noiosetto sebbene conservi elementi molto interessanti (il riff di chitarra, per esempio, acido e psichedelico); lo stesso dicasi della title-track che segue. Nella conclusiva “The Last Baron” le pretese si fanno ancor più grandi: un brano molto lungo, articolato, assai complesso, in cui si ritrovano tutti gli elementi presenti nelle altre tracce del disco; alternanti le atmosfere, cupo il mood, psichedelica e talvolta sciamanica l’attitudine.

Sicuramente con “Crack The Skye” non si può parlare di capolavoro; ma è un disco che, con le sue meravigliose vette (direi i primi quattro brani) e i suoi sporadici cali (“Ghost Of Karelia” e la title-track), riconferma i Mastodon come una delle migliori bands in circolazione. Classe, personalità, originalità ed espressività sono presenti in notevole misura e non è poco; la voglia di osare e di tentare sempre qualcosa di nuovo, inoltre, fa onore agli statunitensi in un’epoca, come scrivevo prima, caratterizzata dalla mancanza di personalità e di audacia. Certo, dobbiamo ascoltare “Crack The Skye” più volte per riuscire ad apprezzarlo, e soprattutto dobbiamo avvicinarci all’ascolto privi di pregiudizi: non abbiamo più a che fare coi Mastodon di “Leviathan”, bensì con una band sorprendente, assai complessa e ostica, che vuole affrontare il futuro sfidandolo faccia a faccia. Vi dirò di più, sulla base di quanto hanno dimostrato sinora, sono fiducioso su qualunque sia il futuro dei Mastodon: se faranno un album sulla falsariga di questo sarà sicuramente migliore perché avranno imparato a calibrare il “nuovo corso” e a migliorare ciò che qua è soltanto abbozzato o mal riuscito; se opereranno l’ennesima svolta netta, allora, ragazzi miei, abbiamo veramente a che fare con una band coraggiosa e da premiare, qualunque cosa faccia.

 

VOTO: 7

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