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The Clash CD

London Calling

1979 0 di 50 di 50 di 50 di 50 di 5 / 4 di 54 di 54 di 54 di 54 di 5
London Calling


Rilasciato Dicembre 1979
Tipo Past / Seventies
Area Rock Area
Durata 1:04:59
Formato CD
Autore della Recensione Dando
Genere Punk-Rock

Terzo album della band londinese. “London Calling” uscì nel dicembre del 1979 in Inghilterra e nel gennaio dell’anno seguente negli U.S.A. Dopo il fortunatissimo primo lavoro “The Clash” e dopo il troppo sottovalutato “Give’em enough rope” con “London Calling”, doppio LP prodotto dal geniale Guy Stevens, i Clash firmano il loro capolavoro artistico. L’album non solo della loro consacrazione nella storia del rock’n’roll, ma della consacrazione di quella rivoluzione punk iniziata nel 77. Quella rivoluzione autodistruttiva, nichilista, ma coerente con la sua natura,  alla fine del 79 era morta e sepolta. La cometa Sex Pistols si era spenta. La creazione di Malcom Mclaren aveva avuto vita breve ma intensa e la drammatica morte di Sid Vicious, avvenuta proprio nel 79, aveva decretato la fine di un’epoca. Un’epoca iniziata a cavallo del 76-77, anni in cui le giovani band di Londra (e dintorni) sposarono la filosofia del “No Future” per rispondere alla miseria sociale in cui i figli della “working class” bianca inglese vivevano e dalla quale non trovavano nessuna alternativa per fuggire se non quella di distruggere tutto ciò che musicalmente c’era stato e c’era, per trovare una via di ritorno verso le origini stesse del rock’n’roll che fu. “London Calling” rappresenta l’atto finale di quella rivoluzione, e pur non essendo un disco punk (non una sola traccia può essere definita stilisticamente punk) è il miglior album punk che sia mai stato dato alle stampe. Con questo doppio LP i Clash decretarono la morte artistica e culturale del punk. Il punk che tutto aveva distrutto e niente aveva creato, si accingeva a sciogliersi in vari filoni. Proprio nel 79 usciva il primo LP dei Joy DivisionUnknow Pleasure” sotto l’etichetta Factory Records, dove la band di Manchester fa un massiccio uso di sintetizzatori inaugurando la stagione della new wave. Miriadi di formazioni “street punk” nascono tentando di radicalizzare e di creare un legame culturale con lo spirito che fu del primo punk. Fino ad arrivare al post-punk qualunquista degli Smiths. “London Calling” simboleggia l’uscita di scena di quello che il punk aveva rappresentato: un vero e proprio ritorno alle origini del rock’n’roll e quindi l’incarnazione di quello che il punk aveva sempre cercato di fare, ma senza mai riuscirci concretamente. Non solo, con questo vero e proprio capolavoro i Clash riescono a raggiungere molto di più scaraventando il passato in un presente agonizzante, rivitalizzandolo per gettarlo nel futuro. Sin da subito, dalla copertina dell’album si capisce l’odio amore che i Clash provano per i padri del rock. Quei Beatles, quei Rolling Stones, quell’Elvis sempre odiati, ma sotto sotto ammirati grazie alla consapevolezza che in fondo quei mostri sacri non  sono altro che i propri padri naturali, con i quali adesso bisognava fare i conti. L’immagine ormai divenuta cult, immortala Paul Simonon (bassista del gruppo) intento a distruggere il proprio basso al termine di un’esibizione al Palladium di New York. La foto in bianco e in nero scattata da Pennie Smith, fotografa al seguito del gruppo, è incorniciata dal titolo dell’album in verde e in rosa, chiaro riferimento ed omaggio a Elvis ed al suo primo album “Elvis Presley” uscito nel 56 che raffigurava il “dio del rock’n’roll” cantare a squarciagola imbracciando la sua chitarra. La simbologia è chiara: i Clash avevano contribuito a distruggere il proprio passato ideale, ma adesso lo scontro generazionale con i propri padri si era concluso e l’approccio che i quattro di Londra hanno con il rock’n’roll dei primordi si è pacificato ed si è fatto maturo. Il punk aveva risolto il suo conflitto ed era tornato a casa, non dall’Elvis malconcio degli anni 70, ma dall’Elvis ribelle e anticonformista degli anni 50. La morte di Elvis nel 77 coincise con la rinascita del rock’n’roll grazie alla spinta innovatrice del punk inglese, ma solo con “London Calling” il punk interiorizza c’ho che veramente ha significato la sua rivoluzione, comprende la propria fisiologica brevità, e capisce a fondo che la vena ribelle che lo aveva detonato a metà degli anni 70 era la medesima che aveva dato vita al rock’n’roll degli anni 50. Con questo album i Clash rompono definitivamente con lo stile propriamente punk dei due album precedenti sia musicalmente sia nel look abbandonando le vesti del rude boy per indossare quelle dei musicisti maturi, di coloro che non hanno niente da dimostrare a nessuno, imponendosi come l’unica band reduce dalla prima ondata punk in grado di decretarne la morte. In questo capolavoro i quattro firmano 19 brani (inizialmente 18 più uno nascosto “Train in Vain”) che niente hanno a che vedere con il classico stile punk, ma paradossalmente danno alle stampe il migliore disco punk figlio di quell’esperienza ormai agonizzante, ma senza la quale questo disco non poteva mai essere stato concepito. Un disco che diventerà presto pietra miliare per tutti i gruppi rock e dintorni che verranno nei decenni successivi (l’elenco completo sarebbe infinito, basta citarne due su tutti U2 e Nirvana), grazie alla sua modernità e alla sua capacità di percepirei futuri sviluppi del rock. Il successo di critica e di pubblico è ampiamente giustificato, il disco ha ricevuto il disco di platino e il disco d’oro negli Stati Uniti oltre che al disco d’oro e d’argento nel Regno Unito,  seppur non indolore. Il gruppo Infatti firmerà per la seconda volta con la CBS (la prima nel 77) , scelta questa che allontanerà molti dei fans che accuseranno il gruppo di essersi “imborghesito”. Una scelta che passa in secondo piano davanti al risultato finale del disco. Nel quale i Clash riescono a raggiungere un equilibrio raro mai raggiunto nei due lavori precedenti e che non riusciranno a mantenere nei lavori successivi. Ciò che colpisce dell’album è l’immensa vastità degli stili musicali esplorati: dal rock’n’roll, al ragge, passando per il pop fino ad approdare al rhythm and blues. L’approccio che il gruppo ha con ogni singolo stile non è mai superficiale, non cade mai nel banale ed è sempre arrangiato con rara originalità. Ma non solo: London Calling è un lavoro completo perché corale. In questo disco si sente forte il tocco e l’influenza di tutti e quattro i membri, delle loro doti artistiche e del loro “back ground” musicale. Ogni singola canzone sprigiona il particolare periodo d’ispirazione lirico che Joe Strummer stava vivendo, la maniacale attenzione che Mick Jones dedicava agli arrangiamenti, confermandosi un musicista più che maturo, il decisivo miglioramento tecnico al basso di Paul Simonon e la complessità dei ritmi alla batteria di Topper Headon, musicista con una solida cultura jazz alle spalle. Il feeling fra Strummer e Jones sembra innato e l’intercambiabilità alla voce fra i due contribuisce a donare a London Calling quel senso di varietà che lo circonda. Per la verità questo elemento non è nuovo per la band, già nei lavori precedenti alla roca e stridente voce di Strummer erano stati affidati le canzoni più incazzate e di denuncia, mentre al dolce e profondo timbro di Jones i pezzi più intimi e riflessivi, ma in London Calling questa ricchezza raggiunge la perfezione in tutti e diciannove brani. Con l’uscita di questo doppio LP i Clash dimostrano che nel 79 la loro curiosità artistica ha esplorato ogni genere musicale figlio di quella black music che sta all’origine di tutto. E il risultato di London Calling sembra proprio essere questo: un’antologia di tutti quegli stili diversissimi fra loro, ma legati tutti da un passato comune che in questo disco, apparentemente illogico, trovano il perfetto equilibrio che delineerà il sound inconfondibile dei Clash. Il disco spazia dal  rock “tipico” di “London Calling” con le sue chitarre estranianti e di “Death or Glory”, alla rilettura in chiave punk di “Brand New Cadillac”, pezzo rockabilly firmato da Vince Taylor nel lontano 1958. I’esplorazione continua passando dagli arrangiamenti  jazz di “Jimmy Jazz”, allo ska di “Rudie Can’t Fail” e “Wrong’em’Boyo”. Ma non c’è tempo sufficiente per riscoprire un po’ di surf rock con “I’m Not Down” che già siamo scaraventati di fronte ai ritmi latineggianti di “Spanish Bomb”. Le dolci sonorità pop di “Lost In The Supermarket” ci preparano alla crudezza blues di “The Card Cheat”.  Il raggae classico di “Revolution Rock” ci accompagna verso la fine, ma non senza prima avere ammirato l’originale raggae firmato Clash con “Guns Of Brixton” composta e cantata da Paul Simonon, con la quale il bassista  trasforma in musica le esperienze vissute nel multiculturale quartiere londinese di Brixton, periferia sud di Londra che ha dato i natali a Simonon e a Jones. Un melting pot musicale che dona equilibrio ad ogni singolo brano e che segna una continuità musicale fra diversi stili. “London Calling” è l’apoteosi della sensibilità artistica posseduta dal gruppo verso generi musicali apparentemente opposti, sensibilità che i Clash avevano dimostrato di possedere anche nei lavori precedenti, ma che solo con il terzo disco riescono ad esprimere nella sua totale pienezza. La stessa sensibilità che li spinge non solo ad esplorare, ma a vivere intensamente la sterminata vastità di culture e sotto culture che convivevano a Londra e dalle quali i quattro raccolgono e fanno proprie ogni influenza artistica mischiandola, interiorizzandola, per trasformarla nella base del loro sound. Con “London Calling” i Clash terminano il loro tormentato viaggio mistico-musicale iniziato dalla rivoluzione punk del 77 alla ricerca delle proprie origini per tentare di chiudere i conti con una passato ancora troppo presente, ma soprattutto per rendere immortale l’essenza stessa di quella rivoluzione, strappandola così al proprio destino senza futuro.

Voto: 8


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