The Foreign Resort CD

Offshore

2009 0 di 50 di 50 di 50 di 50 di 5 / 0 di 50 di 50 di 50 di 50 di 5
Offshore


Rilasciato 2009
Tipo Present / Duemilanove
Area Debut
Durata 0:00
Formato CD
Autore della Recensione Manuel
Genere New Wave Revival

E’ assai superfluo dirlo, ma ormai sembra proprio che non ci sia modo di arginare né ridimensionare il flusso inarrestabile del cosiddetto “indie rock” proveniente dal Regno Unito e che si sta espandendo a mò di piovra tentacolare in tutta Europa. Tralascio il dibattito sull’opportunità dell’uso di tale termine “indie”, che ormai, dopo la fortuna commerciale e stilistica di bands arcinote come Bloc Party, Franz Ferdinand, The Killers e chi più ne ha più ne metta (l’elenco potrebbe continuare all’infinito), ha subito uno shift semantico andando a designare non più uno scenario indipendente ma una moda che imperversa nei campi dell’abbigliamento, della fotografia e persino del modo di camminare e parlare.

Vengo dritto al sodo: “Offshore” dei “The Foreign Resort” si inserisce in tutto e per tutto all’interno del filone appena menzionato. Curiosamente, la band, largamente promossa in Italia, è invece danese, precisamente di Copenhagen. Evidentemente, i tentacoli del potente revival degli anni ’80 sono arrivati anche in terra scandinava; ma del resto non è una novità, se siete appassionati del genere lo sapete. E come succede sempre in questi casi, le citazioni musicali sono innumerevoli, soprattutto quella dei Killers, una band alla quale i Foreign Resort sembrano essere particolarmente debitori, soprattutto nelle linee vocali, nel drumming e nel riffing di chitarra. Ma i nostri danesi non ne fanno mistero, citando (a ragione) influenze che spaziano dai Killers ai Cure (lo spettro di Smith aleggia su diverse tracce del disco), passando per M83 e Jesus And Mary Chain (nelle loro esternazioni elettrificate, però).

Niente di nuovo sotto il sole, quindi. Ma il disco è molto, molto piacevole. I trentasei minuti circa scorrono in maniera spontanea e naturale, come un corso d’acqua rigoglioso; le sensazioni regalate sono, su tutte, la malinconia (molti brani del cd ricordano anche i sottovalutati Stellastarr*) e l’introspezione. La produzione è degna di nota, i suoni sono ottantiani ma non disdegnano la contemporaneità, le linee di chitarra sono sempre tristi e struggenti al punto giusto e insomma, questi danesi ci sanno fare eccome. Non sto parlando, ripeto, di un disco innovativo, ma sono contento finalmente di poter ascoltare una band del genere che non provenga dall’isola delle nebbie, della pioggia, del the e della regina; bensì dalla mia amata Danimarca, una terra a cui sono legato perché ne ho studiato la lingua e la letteratura per quasi tre anni. Gli highlights del disco sono “The Starlit Sea” (degna apertura!), “Towards The Dusk” (più frizzante, che ricorda le tonalità pseudo-funky di “Why Can’t I Be You” dei Cure che furono) e le intime “Night” e “Relax (It’s Only Love)”, che chiude e sigilla un dischetto adorabile.

Da gennaio a marzo 2010 i vichinghi solcheranno palchi italiani, per cui se amate questo tipo di sonorità, date un’occhiata al myspace nella sezione concerti e andateli a vedere. Non ne resterete delusi, spero di poterci essere anch’io, dato che il dischettino mi ha regalato una serata veramente ma veramente deliziosa nell’ascolto. Non sempre importa rivoluzionare la musica per trasmettere qualcosa e per battere tutti i “grandi nomi” che spopolano fra gli stupidi teens dei giorni nostri.

VOTO: 7



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