The Low Cost

CD

The Low Cost

2009
The Low Cost

Segnalibro

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Dati

Rilasciato 2009
Formato CD
Tipo New Millennium / Present
Area Area Debut
Numero di dischi 1
Recensore Manuel
Genere Post-Rock, Neo-Prog

Recensione

I Low Cost si dichiarano consapevoli di “emettere frequenze che a taluni potrebbero risultare fastidiose, e ad altri, invece, piacevolmente percepite. Ma questa è un’altra storia, che qualcun altro deve raccontare…”, ed ecco che entra in gioco chi scrive a raccontarvi questa storia; stavolta si tratta di un compito particolarmente piacevole, dato che, come mi dicono proprio i Low Cost, questa è la prima recensione del loro lavoro che compare sulla rete.

Quattro musicisti romani, decidono soltanto nel 2008 di dar vita a questo progetto dopo alcune più o meno significative esperienze musicali individuali; la loro, dicono, è una necessità, che non esiterei a definire “sanguigna”: desiderano fare musica e basta, senza troppe categorizzazioni né etichette, adottando una Weltanschauung filosofico-musicale che si propone innanzitutto di superare la distinzione tra generi, fondere stile diversi e realizzare un connubio tra tradizione e innovazione grazie all’uso di strumentazioni moderne e di matrice elettronica (loops, campionamenti, synths) congiuntamente ad altre di derivazione più classica e vintage (archi, theremin) e a un nucleo centrale sfacciatamente rock (chitarre, basso e batteria). Il dischetto di cui vado a parlarvi è “soltanto” (attenzione alle virgolette) una versione promozionale di quello che sarà il full-length, che vedrà indicativamente la luce a metà del 2010, contiene sei tracce ma è già sufficiente per far comprendere quali sono i territori musicali in cui i Low Cost si muovono, da dove vengono e dove vogliono andare. La presenza in contemporanea di strumenti di diversissima natura è già di per sé un elemento che non può soffocare la proposta musicale ingabbiandola in un unico stile, e così infatti è; ma l’interessante e piacevole eterogeneità dei brani è riconducibile a una serie di influenze ben riconoscibili e al tempo stesso ottimamente metabolizzate e personalizzate: il post-rock su tutte (penso ai Mogwai, tanto per fare il nome più celebre del filone o ai meno conosciuti Transit), il progressive rock più ambientale e psichedelico (lo spettro dei Porcupine Tree infesta la seconda traccia, “Holymount In The Rain”), il minimalismo elettronico dolce e sognante di derivazione scandinava (Porn Sword Tobacco o Library Tapes in primis) e le divagazioni oniriche del dream-post-rock più astratto e decadente (i compaesani Port-Royal e il progetto greco Absent Without Leave). Influenze, come ho detto, ben marcate e ben riconoscibili, ma non ricalcate pedissequamente: i Low Cost si dimostrano abili demiurghi del suono, reinterpretano, plasmano, modellano la materia incandescente e la trascinano verso lidi ambiziosi senza mai spingersi troppo oltre annoiando o confondendo l’ascoltatore. Gli archi fanno il loro splendido lavoro, talvolta addolcendo il riffing chitarristico (“Super Attack”), altre volte tessendo textures minimali che si intrecciano con loop e campionamenti che sanno di “Kid A” (Radiohead) o dei King Crimson di “The Power To Believe” (penso qui a “Brain”, una canzone di cui Robert Fripp sarebbe molto orgoglioso). La malinconia regna incontrastata su “Holymount In The Rain” (divertente e ironica anglicizzazione del nome del quartiere di Roma, Monte Sacro, da cui la band proviene) e su “Mussaka” (un piatto greco, voi direte che c’entra, assolutamente niente ed è questo il bello), dove abbiamo la fortuna di ascoltare un uso intelligente e calibrato del tube. Là dove il primo dei due pezzi appena citati mantiene atmosfere timide e intime, il secondo invece esplode a metà e si sposta su soluzioni musicali più graffianti e incisive, ammorbidite dal violino. Le stesse tendenze musicali vengono mantenute anche negli ultimi due brani del lotto, “Laqu” e “Digital Bohemien”, che non si discostano molto dalle coordinate espressive che abbiamo ascoltato finora ma mantengono comunque un ottimo livello qualitativo ed esecutivo (se non concettuale, dato che non aggiungono niente di nuovo a quanto già detto).

Il disco in questione è un ottimo lavoro di post-rock creativo e intelligente, ben suonato, ben prodotto, dove niente è fuori posto e niente è scomodo o lasciato al caso; sarà anche tutto “low cost”, ma sembra che alla forma la band ci sia stata molto attenta! Esprimendo toni così decadenti e soffusi, i Low Cost potrebbero, come fanno molte altre bands, attorniarsi di un’aura di misticismo o spiritualità falsata, e invece ci sorprendono piacevolmente adottando una grafica (e un logo) molto carini e ironici e prendendosi in giro da soli sia nell’auto-presentazione che nella scelta dei propri nicknames (ne siano esempio “Johnny und Violinen” e “Batteriologo”, pseudonimi rispettivamente del violinista e del batterista). In sostanza abbiamo a che fare con un ottimo esordio, che ci fa (e MI fa!) sperar bene per il futuro e aspettare il full-length con trepidante attesa. Unico consiglio: osate ancora un po’ di più nella sperimentazione e dimenticatevi dei gruppi che amate ascoltare, sono convinto che potete farlo!

VOTO: 8,5


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