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Thy Catafalque CD

Róka Hasa Rádió

2009 0 di 50 di 50 di 50 di 50 di 5 / 0 di 50 di 50 di 50 di 50 di 5
Róka Hasa Rádió


Rilasciato Aprile 2009
Tipo Present / Duemilanove
Area Metal Area
Durata 1:08:12
Formato CD
Autore della Recensione Manuel
Genere Avantgarde

Uno dei lati più belli della musica è l’imprevedibilità, che non viene mantenuta viva, purtroppo, da tutte le band, ma che quando arriva la senti come un fulmine a ciel sereno. Puoi passare decenni della tua vita a cercare bands in ogni angolo sperduto del pianeta, assetato di nuove sonorità, e sai dove la tua ricerca ha inizio ma non sai mai dove ti potrà condurre. Succede quindi che, per caso, nel corso di una delle mie solite peregrinazioni sul web a caccia del “suono che ho in testa e che voglio sentire da altri”, mi imbatta in questi Thy Catafalque. Uno dei lati più belli della “democratizzazione” della musica sulla rete è invece il fatto che si possa perlomeno ascoltare qualcosa prima di acquistarlo, il che da un lato rovina subito la sorpresa dell’acquisto “a scatola chiusa” (un felice passatempo a cui io e alcuni miei compagni di scuola ci abbandonavamo varie volte, e spesso devo ammettere che avevamo ottimo fiuto), ma dall’altra fornisce la garanzia di non buttare via dei soldi in un periodo (sia della vita personale che globale) in cui gli stessi scarseggiano. Attirato dalla copertina di questo “Róka Hasa Rádió”, enigmatica e oscura quanto semplice e schietta (la vedete qui a lato), mi spingo più in là e leggo la tracklist: è interamente in ungherese, una delle lingue più affascinanti, a mio avviso, del panorama linguistico europeo, sia perché appare così ermetica a noi “occidentali” (non essendo indoeuropea non ci garantisce quasi mai nemmeno la minima comprensione lessicale se non la si studia), sia perché è carica di suoni intriganti ed è veicolo di una cultura millenaria e fondamentale per lo sviluppo della coscienza culturale europea. Spesso ci si dimentica che un piccolo paese come quello possa essere stato la culla della cultura in tempi asburgici prima e una fucina romantico-politica poi (esemplare fu il coraggio degli operai e degli intellettuali ungheresi che si ribellarono con onore al dominio sovietico nel 1958, affrontando i carri armati occupanti a mani nude), e che possa quindi covare anche qualche interessante realtà musicale.

Certo, il nome della band può scoraggiare: puzza del più arcigno dei brutal death metal (esiste infatti anche una band estone di death metal dal nome “Catafalc”), ma fortunatamente non è così; certo, il mastermind del gruppo, tale Tamás Kátai (attivo sulle scene dal 1998 e impegnato su più fronti, vive adesso a Edinburgo), intorno al quale ruotano non solo tutte le composizioni bensì anche i concepts dei lavori, proviene dalla realtà del black metal sinfonico, e qualche traccia del genere si può ancora ascoltare nei brani del lavoro di cui vado a parlarvi (“Molekuláris gépezetek” e “Szervetlen” su tutte); ma l’intera opera è stracolma di influenze e assume molteplici caratteri musicali senza mai abbandonarsi definitivamente a uno di essi. L’ascolto di “Róka Hasa Rádió” è, va detto a scanso di equivoci, molto difficile e impegnativo: si rischia di annoiarsi per la tanta carne messa al fuoco, ma al contempo non si può fare a meno di rimanere sbalorditi per la classe con cui tale carne viene prima fatta bollire, poi cotta ferocemente, poi di nuovo estratta, poi speziata e così via. Negli ultimi due anni si fa un gran parlare di generi nuovi e sempre “post-qualcosa”, perché ormai è finita la capacità (e anche il senso) di etichettare qualsiasi creatura musicale esistente; ma la maggior parte di queste realtà musicali sfocia nell’assurdo, nell’inascoltabile e talvolta nel ridicolo. Invece, almeno questo è ciò che pensa il sottoscritto, ad ascoltare i Thy Catafalque (di cui però ho ascoltato solo questo lavoro, intendiamoci bene) si prova un gran piacere, che è talmente intenso che va aldilà dei generi, dei confini e persino della lunghezza e della complessità dei brani. L’importante è lasciarsi trasportare senza pregiudizi, per cui sconsiglio vivamente questo disco agli ascoltatori monocromatici (quelli che amano cioè soltanto un genere e lo seguono animati da un’incrollabile e cieca fede religiosa, esempio i metallari) o agli snobisti. Chi invece è estremamente curioso, troverà ripagati non solo i soldi spesi nell’acquisto del cd, ma anche il tempo (si sa che ormai anche il tempo si fa fatica a trovarlo) dedicatogli. Pensate a “The Sham Mirrors”, uno dei dischi più belli forse di sempre (degli Arcturus, nda), caricatelo di un’estrema voglia di sperimentare e di elementi di tutti i seguenti generi: folk, musica classica, progressive metal, post rock, minimalismo compositivo, space rock, industrial, ambient, drone. Nell’ambito dello stesso brano incontrerete sfuriate metal in blast-beats con growl vocals seguite da intermezzi folk dove si intrecciano leggiadre voci femminili e piano, disturbate qua e là da campionamenti elettronici e post-industriali (l’emblema di tale superba commistione è ancora “Molekuláris gépezetek” che, stando alle mie povere e maldestre basi di ungherese, dovrebbe significare qualcosa come “meccanismo molecolare”). Il signor Tamás sembra accontentare proprio tutti, anche gli assetati di futurismo cibernetico (ascoltate Köd Utánam”, splendida) e di intime atmosfere pianistiche (bellissima “Űrhajók Makón”,degna erede del progressive rock a tinte folk degli svedesi Änglagård).

Il problema, come al solito quando si ha a che fare con simili “squilibrati” musicali, è arrivare in fondo senza annoiarsi. Io ci ho provato, e ci sono riuscito, sebbene mi sia costato fatica; ma non posso non decantare la bellezza e la lucentezza di tracce come “Kabócák, Bodobácsok” (stracolma di archi che attingono a piene mani dalla tradizione folclorica magiara canonizzata egregiamente da un certo Franz Liszt) e “Fehér Berek” (minimale sino all’estremo e costellata da infiniti e minuscoli punti sonori). E così, tra qualche sfuriata metal (quelle che mi restano più indigeste come “Őszi Varázslók”, perché più simili a quanto già detto dai Borknagar per esempio), qualche incursione elettronica, qualche tonnellata di archi e progressioni folk e atmosfere notturne, sono giunto alla fine di un disco che mi ha colpito molto e di cui mi ricorderò negli anni a seguire. E questo è quello che conta, e quello che la musica di veramente bello può darci; questo voglio condividere con voi che leggete queste righe.

P.S. Da un’intervista, si apprende che il disco è un concept album che ruota su “the relationship between the ever evolving, solid and massive physical matter and the fragileness of human and all living spirits throughout distant childhood memories and scientific explanations of nature”. Peccato non conoscere l’ungherese e non poter approfondire questo aspetto.

VOTO: 7,5


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