DatiRilasciato 2009Formato CD Tipo New Millennium / Present Area Area Debut Numero di dischi 1 Recensore Manuel Genere Alternative Rock, Garage Rock RecensioneGli Zetema sono tre ragazzi romani (Riccardo Palluzzi, Giuseppe Fortuna, Giorgio Falusca) che propongono una musica a metà tra il garage rock, il punk (e post-punk) dei Clash, e le sonorità dei primi Litfiba e dei Verdena. La voce in particolar modo ricorda molto quella dei Clash, soprattutto in brani come “Politico” e “Colori”: in quest’ultimo caso assume addirittura qualche venatura dell’ugola di Robert Smith, nei passaggi più rallentati, dove si fa maggiormente espressiva. Ascoltando la seconda traccia tra quelle proposte, intitolata “L’ultimo”, mi sorge però un atroce dubbio: cos’è quella ritmica di chitarra iniziale, se non quella della celeberrima “Smells Like Teen Spirits” dei Nirvana copiata quasi in tutto e per tutto? Se la ascoltate, noterete non solo una semplice somiglianza, ma molto di più; e mi chiedo veramente che senso abbia quest’operazione, dato che quando gli Zetema compongono pezzi in toto originali riescono a fare anche delle cose carine e gradevoli, come la semi-ballad “Dalila”. Le “citazioni” (uso un felice eufemismo) comunque non si fermano a “L’ultimo”, anche se negli altri brani sono più celate: in “Taxi” abbiamo una miscela di ritmiche di chiara impronta Ramones-iana e di linee vocali che richiamano il vecchio Piero Pelù; in “Vamp” ascoltiamo un mid-tempo che pesca a piene mani dall’epoca post-punk di “Closer” e “Pornography” (rispettivamente Joy Division e Cure, c’è bisogno di specificarlo?), condito da liriche che recitano “Mi guardo intorno e vedo che/nelle vene il vuoto/nei miei pensieri mille teste che si scansano”. E tiro in ballo qui l’aspetto lirico della band, che mi risulta poco chiaro, come quello delle altre realtà più note a cui si ispirano; aldilà della semplice domanda circa il significato di una simile espressione, resta il legittimo dubbio sul processo di nascita delle parole (come avvenga, cioè, in fase di composizione), dubbio che potrà essere sciolto unicamente rivolgendosi agli stessi Zetema. Ci sono poi brani come “Qualcosa che non va” (attenzione ragazzi, non ci vuole l’accento su “va”, contrariamente a quanto leggo sulla tracklist!) che sono lampanti nel significato, e trattano le sensazioni di chi viene abbandonato da una ragazza: “sarà banale dirlo ma non ce la faccio più” recita il testo, e forse sì, è veramente semplice e banale il tutto.
Forse è un’opinione esclusivamente mia, ma sento lo spettro dei primissimi “Cure” che aleggia su questo disco, e ogni volta che premevo skip sul telecomando del mio lettore mi compariva in testa la fotografia della copertina di “Boys Don’t Cry”. Ma deve essere un’impressione mia, dato che gli Zetema non hanno mai parlato (almeno con me) di influenze di questo tipo, bensì hanno sempre tirato in ballo il grunge (che io invece non ritrovo praticamente per niente, se non in qualche intermezzo musicale rumoroso che, stavolta volentieri, ascoltiamo su “Vendetta”). Salvando soltanto la felice “Dalila”, pezzo ben composto e realizzato, mi chiedo quale possa essere l’utilità, in un panorama nazionale già sovraffollato di band alternative rock di questo tipo, di un nuovo disco uguale a mille altri. Peccato, perché l’amore dei ragazzi per la musica ci sarebbe, ma è ancora troppo presto per parlare di un fenomeno interessante nel caso degli Zetema.
VOTO: 4
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